I Viscontei in Valmalenco
Dopo la conquista romana delle Alpi, con la sconfitta e l’annessione dei popoli alpini, ricordati nel Trofeo di La Turbie, per molto tempo le Alpi restarono ai margini della “grande politica” e, per loro fortuna, anche delle guerre. Ma è pure difficile negare che queste aree “marginali”, viste solo come un luogo di passaggio e collegamento commerciale e militare tra l’Italia e la Gallia, il Reno ed il Danubio, attiravano poco gli scrittori dell’epoca: le Alpi restavano poco conosciute ed ancor meno descritte. Non per nulla sovente si parla di fortificazioni romane del basso impero, all’epoca in cui i passi alpini erano tornati ad essere pericolosi per il passaggio dei “barbari”, ma ben poco sappiamo di tali fortificazioni ed ancor più delle loro vicende. Continuò così per secoli. Le valli alpine rigurgitano di torri e di castelli ma le notizie che ci sono giunte da quei tempi lontani su assedi, battaglie, conquiste militari sono scarse, talora quasi nulle. Le “grandi” battaglie si combattevano in pianura.
Vale quindi la pena di ricordare i pochi avvenimenti bellici delle nostre terre, di cui si abbia notizia. Anche perché, in qualche caso, si trattò di azioni che prefiguravano una vera “guerra alpestre” ante litteram.

Nel 1370 Tebaldo De Capitani, la cui famiglia signoreggiava in Sondrio e in Valmalenco, capeggiò una rivolta anti-Viscontea. La Valtellina nel 1336 era passata, dopo una lunga dominazione comasca, nelle mani dei Visconti di Milano, che cercavano non senza successo, di costruirsi un dominio che abbracciava una vasta parte dell’Italia Settentrionale. Attenzione però: sia per Como che per Milano non dobbiamo pensare a Stati accentrati ed organizzati come quelli moderni. Leggendo le vicende dell’epoca si ha l’impressione che i vari nobili del luogo godessero di una larga autonomia, che in seguito passerà a molte comunità locali.
Forse qualche limitazione a tali autonomie, forse altre ragioni, spinsero i Capitanei di Sondrio, tra i maggiori Signori tellini alla rivolta, dopo poco più di 30 anni di governo milanese. La risposta fu fulminea: l’esercito Visconteo risalì il Lario e penetrò in Valtellina, sconfiggendo e disperdendo i ribelli. Ma qui si aggiunge un inusitato (per l’epoca) episodio di “guerra alpina”.
Come abbiamo detto i Capitanei controllavano pure la Valmalenco, valle importante perché, dal Passo del Muretto, transitava la mulattiera più diretta tra Sondrio e Coira, importante centro strategico e commerciale già in epoca romana. Via quindi della massima rilevanza economica e strategica.
Non per nulla in Valmalenco si trovano ancor oggi le tracce di un sistema di segnalazioni, basato su torri di guardia e castelli che poteva, in breve tempo, trasmettere informazioni delle attuali cave di serpentino (ove era il Castellaccio) a Sondrio. Esperimenti effettuati anni orsono confermarono il perfetto funzionamento del sistema, la sua rapidità ed efficienza. Il punto focale di tale controllo era il Castello di Caspoggio, situato su uno strategico colle, proprio di fronte a Chiesa in Valmalenco, in un punto ove era facile controllare le due mulattiere che percorrevano, sui due lati del Mallero, la valle.
Ricordiamoci che all’epoca in tutta la Valtellina non esistevano strade nel senso moderno del termine; pure i tracciati romani, in Valchiavenna, nei tratti alpestri erano poco più agevoli delle mulattiere. Quanto al resto, sentieri e tratturi atti solo al passaggio di bestie da soma. Salire da Sondrio al Castello di Caspoggio non era quindi, per un esercito dell’epoca (non certo attrezzato ed addestrato alla guerra di montagna) un fatto di poco conto. Tanto più che vi era il concreto pericolo di imboscate ed assalti improvvisi.
Nella Svizzera primitiva interi eserciti di cavalieri asburgici furono annientati, sin quasi all’ultimo uomo, dai montanari che rotolavano alberi e massi sugli impacciati soldati dell’epoca, gettandosi poi loro addosso per finirli.
In realtà sappiamo ben poco di come, ed utilizzando quale itinerario, i Viscontei penetrarono nella Valle del Mallero per raggiungere il Castello. Possiamo solo ipotizzare che utilizzassero il più agevole percorso che da Sondrio, per Arquino e Cagnoletti, giungeva in quella che oggi è Torre di Santa Maria (all’epoca divisa in tre distinti villaggi: Bondoledo, Campo e Melirolo). A Torre forse superarono il Mallero per portarsi alla base del colle ove era il Castello, i cui ruderi, dopo secoli d’abbandono, ci indicano come fosse una fortezza da non sottovalutare. Difficile immaginare che lungo un simile itinerario i Viscontei si fossero portati al seguito macchine d’assedio. Ma a quei tempi per realizzarle bastavano solo un poco di legname e di abilità. Ed il legname non mancava certo …
Sta di fatto che il Castello di Caspoggio fu preso e distrutto. Nell’altro sappiamo ma ricordiamoci come la vita di un singolo soldato, a quei tempi, contasse veramente poco. I Capitanei battuti su tutta la linea chiesero il perdono e la pace. Che ottennero: la Valtellina, terra strategica, doveva restare tranquilla, nell’interesse stesso di Milano. Pare che i Signori di Sondrio ottenessero persino il permesso di riedificare il Castello di Caspoggio. Ma … ma la fortificazione era troppo importante, oppure i milanesi avevano faticato troppo per raggiungerla e distruggerla! Sta di fatto che l’autorizzazione, inizialmente concessa, fu in seguito negata. Il castello non fu mai più ricostruito.